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64 anni fa a Cinisi nasceva una “Pecora nera”

5 gennaio 2012

Ci sono valori che ti si appiccicano addosso come un seconda pelle. Più resistente di quella naturale. Non ti accorgi di possederla fin quando non sei chiamato a difenderla, questa seconda pelle.

Poi ci sono le battaglie che ti chiamano. Non si scelgono, sono loro che lo fanno per te. Ti avvisano, ti punzecchiano. Il fastidio diventa dolore, che si trasforma in rabbia, orgoglio, ribellione. Puoi decidere di convivere con queste emozioni o puoi decidere di farci i conti. Imprudente, dicono i superficiali. Sfortunato, chiosano gli indifferenti. Niente di tutto questo. Peppino Impastato se l’è scelta la sua battaglia.

Puoi abdicare o puoi urlare. Col paradosso che nella prima ipotesi nessuno verrà a giudicarti. Perché in un piccolo paesino a trenta chilometri da Palermo il silenzio non fa notizia, appartiene alla bocca della gente e non le permette di aprirsi. Le grida, le invettive, le azioni, quelle sì che a Cinisi rimbombano di un’eco assordante e fastidiosa. Il silenzio e l’omertà fanno da cassa di risonanza alle proteste, alle parole di un giovane nato quattro giorni dopo l’entrata in vigore della Costituzione.

Libertà, uguaglianza, lavoro, giustizia: questi valori abbracciano Peppino fin dal suo primo vagito. Gli si appiccicano addosso, appunto. Ma sono valori che contrastano con l’ambiente in cui muove i primi passi. Si siede a tavola e capisce che la sua famiglia abbraccia valori differenti. Di quella famiglia, è la pecora nera. Nera come la barba incolta che sfiora con le dita mentre legge le pagine dei libri e la sua mente vola lontano.

Studia, Peppino. Si informa, si ribella, si impegna. Si butta in politica spinto esclusivamente dalle emozioni. Approdai al PSIUP con la rabbia e la disperazione di chi, al tempo stesso, vuole rompere tutto e cerca protezione”, scrisse Peppino. Protezione. Una parola e tante sfumature. Puoi credere di affidarti al mafioso locale per averla, questa protezione. Oppure puoi cercarla altrove, senza che la tua dignità personale ne risulti compromessa. Peppino sceglie la seconda strada.

Fonda un nucleo giovanile, un giornale – l’Idea socialista -, un movimento d’opinione. Scende in campo, lotta, diventa lui protezione per altri giovani che attingono al suo coraggio e alla sua determinazione. Le analisi sociali e politiche di Peppino sono lucide e pericolose. Troppo per un ambiente non abituato a riceverle. Si toccano i temi del lavoro, dell’emigrazione, della repressione sessuale, della collusione tra mafia e politica. Il tutto in un paese che trasuda di conformismo.

Ma Peppino è umano. Soffre e si rallegra, parla con la gente e si rinchiude in casa solo con se stesso. Peppino è giovane e non sa dosare le emozioni, non sa controllarle. La vita ci permette di farlo? E’ ancora più difficile se poi i signorotti locali ostacolano la libertà d’espressione. Come i più abili burattinai, reggono i fili dei pupi. Sono abituati a farlo. E per questo danno fastidio gli ideali di un giovane che ha osato perturbare l’immobilismo dello status quo di Cinisi.

Solo con se stesso, da una stanza insonorizzata e davanti a un microfono, Peppino accusa, denuncia, pronuncia nomi e cognomi. La gente lo ascolta ed è questo che fa più disonore allo strapotere mafioso. Così i giornali devono chiudere perché mettono nero su bianco lettere e parole che i siciliani non devono leggere.

Così arrivano gli avvertimenti, le intimidazioni, le minacce velate di coloro che, quasi fosse un’opera di misericordia, ti offrono l’ultima possibilità per redimerti, per rimetterti sulla strada giusta, per riconvertirti alla normalità. La loro normalità. Ma Peppino rompe tutti gli schemi tradizionali, rompe con quella che rappresenta la cellula più impermeabile del fenomeno mafioso: la famiglia. La pecora nera abbandona il suo gregge e va a pascolare in un terreno che non è incolto come i terreni vicini all’aeroporto, ma liscio, come il suo volto ora sbarbato. Peppino non si converte. E’ il segnale che sta toccando le corde giuste. E poi Peppino non è solo.

Con lui ci sono molti giovani che trovano il coraggio di aprire gli occhi e di squarciare il velo grigio che oscura lo sguardo delle persone oneste. Giovani che si riuniscono al Circolo “Musica e Cultura”. Giovani che ascoltano Radio Aut, emittente libera e autofinanziata che fa della controinformazione e della satira contro la mafia locale i suoi cavalli di battaglia. Cavalli sanguigni e ribelli, non come quelli ammaestrati e sottomessi al piacere del boss Badalamenti che li osserva correre dal balcone della sua reggia nel corso principale di Cinisi.

Cento passi separano la casa del potere mafioso da quella del potere civile. Quei cento passi rappresentano l’intera vita di Peppino. Una strada che puoi percorrere senza intoppi, camminando a testa bassa, convinto di nascere in una terra irredimibile che irretisce ogni tentativo di cambiarla. Perché chi si fa i fatti suoi campa cent’anni, recita l’adagio popolare. Una strada che Peppino percorre invece a testa alta, senza riverenze di sorta. Peppino si fa i fatti suoi e soprattutto quelli degli altri.

E per questo non campa cent’anni. Lo ammazzano. Il suo corpo è dilaniato dal tritolo posto sui binari della linea ferroviaria che va da Palermo a Trapani. Viene assassinato lo stesso giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro. Quel 9 maggio 1978 a Cinisi ripiomba il silenzio, mentre in Italia c’è un clamore infernale. Dall’alto hanno deciso che quell’impudente giovanotto dovesse tacere per sempre.

Dal basso hanno deciso che dovesse vivere in eterno. Perché Peppino una famiglia l’ha sempre avuta. Si rinfoltiva – giorno per giorno – di nuovi componenti che lottavano con lui, che non si piegavano, che facevano valere i propri diritti. Ora il capo di quella famiglia non c’è più, ma la sua voce continua a vibrare nelle corde vocali dei suoi figli. Peppino è il silenzioso frastuono che riecheggia per le strade di Cinisi.

Come i suoi colleghi hanno ricordato #Bocca

27 dicembre 2011

Massimo Fini

Vittorio Feltri

Eugenio Scalfari

Ezio Mauro

Gian Antonio Stella

Stefano Folli

Giampaolo Pansa

Giuliano Ferrara

Michele Fusco

Pietrangelo Buttafuoco

Alessandro Giuli

Daniele Bellasio

Roberto Saviano

Quirino Conti e Natalia Aspesi

Due cose su Bocca che un palermitano non può dimenticare

27 dicembre 2011

Al netto di tutte le presunte o reali incoerenze, di tutti le idee sposate e da cui poi ha divorziato, del valore immarcescibile dei suoi articoli e delle sue opere (indipendentemente da che punto di vista si leggano),  ci sono due cose che un palermitano deve ricordare di Giorgio Bocca.

Attengono entrambe al suo modo di vedere le cose, alla sua capacità giornalistica e alla sua irruenza nel descrivere quello che vedeva o ascoltava.

La prima è la storica intervista del 10 agosto 1982 al prefetto Dalla Chiesa.

La seconda è la descrizione che ha fatto dei palermitani: “Palermo puzza di marcio, gente mostruosa uscita dalle catapecchie”.

 

 

Bersani, il collezionista di bocciature

17 novembre 2011

Ormai è diventato un collezionista di bocciature. Pier Luigi Bersanine incassa una dietro l’altra. Ma il bello è che lui rimane convinto di essere l’artefice della svolta politica, sicuro che il suo Pd sia stato fondamentale per la caduta del governo Berlusconi.

Il segretario democratico è “orgoglioso del Pd, un partito compattissimo”. Ma sembra che di lui siano in pochi ad essere orgogliosi. L’ultima critica in ordine di apparizione arriva addirittura dal detentore della tessera numero uno del Partito democratico. Quell’Ingegnere Carlo De Benedetti che in un’intervista al Corriere della Sera si mostra deluso dell’attegiamento del partito e smonta l’efficacia comunicativa di Bersani.

“Il Pd non ha corrisposto alle aspettative mie e a quelle di tanti entusiasti alla sua nascita. Bersani è un’eccellente persona, è stato un ottimo ministro, si è dimostrato anche in questa circostanza un politico eccellente, fermo e intransigente sui suoi principi ma duttile come la circostanza richiedeva; ma, in un’epoca in cui la comunicazione è così importante, lui è più efficace comunicativamente nella versione Crozza che in quella originale”.

Insomma, probabilmente con il comico al posto di Bersani l’efficacia e l’autorevolezza del maggior partito d’opposizione ne avrebbero guadagnato. Il che è tutto dire. Ma oltre a De Benedetti, la verità è che mai come adesso la leadership di Bersani sembra posta in discussione.

Prima dell’Ingegnere, anche il Professore Romano Prodi aveva speso parole non proprio di encomio nei confronti di Bersani. “E’ una persona eccellente, di grandi capacità, posso dirlo, è stato mio ministro, ma non riesce a “uscire”…Non è confortante leggere che, con quel che succede, nei sondaggi il Pd non riesce a crescere come ci si aspetterebbe“.

Insomma, tutti lo lodano, ma pochi lo vogliono. Per non parlare poi delle divergenze in seno al suo partito (con il rottamatore Renzi in primis, ma anche con i veltroniani e i fioroniani), di quelle al di fuori del partito (il patto di Vasto con Di Pietro e Vendola è ancora tutto da scrivere) e dei cambiamenti di linea (voleva le elezioni, poi si è convertito al governissimo). Non dimenticando infine forse la madre di tutte le sue sconfitte: non essere riuscito a fare cadere Berlusconi con le armi della politica.

Non se lo fila più nessuno?

15 novembre 2011

Se il futuro di Monti è praticamente già segnato, quello di Tremontiè tutto da riscrivere. Spesso al centro di critiche all’interno del Pdl (che lo ha considerato un freno per la crescita del Paese), adulato dalla Lega e stimato dai tecnici, ora che Silvio Berlusconi ha rassegnato le dimissioni, per l’ex ministro dell’Economia sembra però arrivato il momento di voltare pagina.

Ma come? E soprattutto con chi?

L’ipotesi maliziosa, ma non confermata, lo vedrebbe strizzare l’occhio al Carroccio. E ciò non stupisce, visto l’asse che nell’ultimo periodo si era creato tra il professore e il Senatùr, in primissul tema delle pensioni.

Quello che invece stupisce è l’indifferenza, almeno al momento, degli esponenti della Lega Nord. Tutto tace. Anche Tremonti ha la bocca cucita. E in una nota ha tenuto a precisare: “Un minuto dopo le dimissioni dal governo ho interrotto ogni tipo di attività politica tanto istituzionale quanto personale. Non un atto, non una parola. Riprenderò a parlare ed agire quando ne sarà il tempo. Non ora”.

Eppure, l’indiscrezione che trapela oggi sulle pagine di Repubblica parla di un Tremonti tutt’altro che inattivo. “Tremonti mi ha chiesto di entrare nella Lega, che cosa ne pensate?”, avrebbe chiesto Umberto Bossi ai suoi colonnelli. E la risposta non è stata delle migliori: “Niet”.

Insomma, oltre il danno la beffa. Dopo aver litigato con esponenti di governo (come Brunetta, Gelmini, solo per citarne alcuni) sul tema dei tagli e a causa della sua ostilità nell’aprire i cordoni della borsa, dopo aver partecipato ai convegni leghisti, snobbando quelli del Pdl, dopo essere stato osannato, adulato e stimato da leghisti del calibro di Maroni e Calderoli, ora Tremonti non se lo fila nessuno. Il motivo? Sempre lo stesso: i tagli.

Come quelli ai danni del Viminale, che non sono andati giù all’ex ministro dell’Interno Maroni. E dunque, il deputato della Lega Nord Gianluca Pini, parlando della presunta richiesta di iscrizione alla Lega da parte di Tremonti risponde con un “Non mi risulta”. E il segretario della Lega Lombarda, Giorgetti rincara la dose: “Vuole venire da noi? Bene, presenti domanda per diventare socio ordinario alla sezione della Lega più vicina a casa sua”, si legge su Repubblica. Insomma, dopo aver tagliato a destra e a manca, adesso il rischio per Tremonti è che non lo voglia più nessuno.

Totalmente d’accordo con Facci

8 novembre 2011

Alle parole di Filippo Facci sul Post, che invito a leggere vivamente, a mio parere non c’è da aggiungere nulla: solo condividere.

Il calderone di Calderoli / 6

2 novembre 2011

“Decreto legge alla memoria: quando si calano le braghe bisogna stare molto attenti a coprirsi le spalle perché svolazzano i temuti uccelli paduli…”. Così il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli esprime il suo “totale disappunto”
per la mancata approvazione delle misure anticrisi per decreto. ANSA 02/11/2011 22:47

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